Il 20 settembre 1958, con l'approvazione della legge n. 75 proposta dalla senatrice Lina Merlin, l'Italia chiuse definitivamente le sue case di tolleranza. Per quasi un secolo, questi luoghi avevano rappresentato un'istituzione ambigua: tollerata dallo Stato, frequentata da uomini di ogni classe sociale, condannata dalla morale ufficiale ma integrata nel tessuto urbano. La loro storia racconta molto sulla sessualità italiana e sui suoi tabù.
Le case chiuse moderne nacquero con l'Unità d'Italia. Il regolamento Cavour del 1860, ispirato al modello francese, stabilì un sistema di prostituzione legale e controllata. Le "meretrici" dovevano registrarsi, sottoporsi a visite mediche obbligatorie, esercitare solo in luoghi autorizzati. Lo Stato diventava di fatto gestore della prostituzione, incassando tasse e garantendo un minimo di ordine pubblico.
Il sistema crebbe rapidamente. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, l'Italia contava oltre 1.500 case autorizzate, dalle lussuose "case di prim'ordine" frequentate dalla borghesia ai postriboli popolari dei quartieri operai. Ogni città aveva la sua geografia del piacere a pagamento, spesso concentrata in vie specifiche che tutti conoscevano ma di cui nessuno parlava in società.
Le case chiuse erano mondi a sé. Le più eleganti offrivano salotti con pianoforte, sale da gioco, ristorazione; le ospiti indossavano abiti da sera e intrattenevano conversazioni prima di ritirarsi nelle stanze. Le più modeste erano poco più che file di cubicoli con una "maitresse" che gestiva il flusso di clienti. Ma tutte condividevano la stessa ambiguità: luoghi di trasgressione che funzionavano secondo regole rigide.
Il fascismo mantenne e rafforzò il sistema, vedendo nella prostituzione regolamentata uno strumento di controllo sociale. I bordelli militari accompagnavano le truppe, le case civili erano sottoposte a sorveglianza sempre più stretta. La retorica ufficiale condannava il vizio, ma la pratica lo tollerava come male necessario, preferibile alla promiscuità incontrollata.
Il dopoguerra portò il dibattito. La senatrice Merlin, socialista e partigiana, fece della chiusura delle case una battaglia personale. I suoi argomenti erano femministi ante litteram: la prostituzione regolamentata era sfruttamento legalizzato, le donne ridotte a oggetti sottoposti a controlli umilianti, lo Stato complice di un sistema degradante. L'opposizione fu feroce - parlamentari, medici, moralisti di destra e di sinistra trovarono ragioni diverse per difendere lo status quo.
La legge Merlin prevalse, ma non risolse il "problema" della prostituzione: lo spostò semplicemente dalla regolamentazione alla clandestinità. Nei decenni successivi, il dibattito sulla legalizzazione riemerse periodicamente, con argomentazioni sorprendentemente simili a quelle del 1958. Ma le case chiuse come istituzione non tornarono mai, diventando memoria collettiva, materiale per romanzi e film, simbolo di un'Italia scomparsa.
Per la storia della sessualità italiana, le case chiuse rappresentano un capitolo importante. Dimostrano come la società abbia sempre cercato di gestire ciò che non poteva eliminare, trovando equilibri instabili tra morale pubblica e desideri privati. Erano luoghi di ipocrisia istituzionalizzata, ma anche spazi dove convenzioni sociali venivano temporaneamente sospese. La loro eredità, nel bene e nel male, è ancora visibile nel modo in cui l'Italia affronta le questioni sessuali.